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di Raffaele Sargenti




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Un’opera musicale che si pone l’obiettivo di essere fruita e compresa da un pubblico  tra i 6 e i 14 anni; deve senz’altro far riferimento il più possibile all’universo musicale dei bambini e dei ragazzi che, al giorno d’oggi, è estremamente variegato. Da qui la scelta di impostare il presente lavoro come un viaggio attraverso mondi musicali diversi tra loro, alcuni molto riconoscibili dai ragazzi, altri probabilmente sconosciuti, ma non per questo meno affascinanti.
Se l’eterogeneità stilistica garantisce un interesse e un coinvolgimento maggiore da parte del pubblico, d’altro canto può contribuire a sgretolare l’unità dell’opera stessa dal punto di vista del controllo dei materiali e delle forme, col rischio di trasformare l’opera in un semplice assemblaggio di musiche che poco hanno da spartire.

Per arginare questo problema, si è scelto di adottare un materiale musicale di base a carattere unificante, che fosse il più possibile comune a culture diverse: il pentatonismo.

La scala pentatonica, così come la cellula intervallare che ne costituisce il nucleo fondante (combinazione di tono e terza minore) è presente già dall’introduzione del pianoforte, e prosegue costantemente nel prologo, che si esprime tra arabeschi debussyani e movenze jazz, nella modalità “russa” della scena di caccia, nella stessa vocalità del lupo (specialmente nell’“ululato-blues”), nell’introduzione alla scena lunare di stampo “spettrale”, come nei racconti che riguardano Sakili e Taburi, popoli lontani la cui musica ricorda quella dell’estremo oriente nel primo caso, la poliritmia africana nel secondo.
Unica eccezione al pentatonismo: la luna, che da vero personaggio “extra-terrestre” esprime la propria natura “divina” e provvidenziale grazie all’intervallo di quinta vuota sovrapposto, che contribuisce a dare il senso della “sospensione” armonica, equivalente nel nostro caso alla sospensione per mancanza di attrazione gravitazionale.

La platea di bambini e ragazzi ha un ruolo attivo all’interno dell’opera grazie ai quattro interventi corali. Si tratta di punti nevralgici per lo svolgimento della vicenda: è il coro infatti che convince la luna ad aiutare il lupo, tranquillizza la bimba sul piccolo “difetto di pronuncia” della tata Ausilia, sollecita il lupo ad affrettarsi nel suo racconto, partecipa al gran finale. Per quanto riguarda la scrittura corale, rigorosamente all’unisono, si è scelta una vocalità semplice a carattere di filastrocca, con un materiale modale che varia a seconda del contesto e risente sempre dei materiali musicali di volta in volta presentati nel corso della storia.

Se uno dei messaggi più forti che scaturiscono da Lupus in Fabula è il superamento dei pregiudizi come valore che garantisce l’integrazione e la tolleranza, il progetto musicale cerca di sottolineare questo messaggio attraverso l’integrazione musicale dell’”ululato” del lupo con l’armonia di stampo tradizionale (venata di modalità russa) che regna invece nel mondo in cui si svolge la vicenda.
La vocalità del lupo, caratterizzata dai vocalizzi blues sulla vocale meno cara alla tradizione “colta” europea, viene infatti adottata in primis dalla platea, per poi diventare parte integrante della vicenda musicale fino alla cadenza che chiude il canone finale, dove tutti i personaggi (incluso il pubblico) si lasciano andare ad un liberatorio girotondo musicale.

Raffaele Sargenti



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