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di Giuseppe Verdi




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NOTE DI REGIA

C’era una volta un Re,
un Re pazzo di ambizione e di potere,
Sua Maestà del rancore fraterno,
Sovrano dell’odio fra nazioni e religioni.
La sua storia di morte e rinascita,
è la storia di un incubo,
una visione oppressiva che in realtà è la Realtà.
Ma è una storia di Amore e di speranza,
la storia di un sogno che vorrei fosse Realtà,
quella che vi racconto:
la storia Abigaille e delle sue scelte sbagliate.

Vorrei che questa mia versione del Nabucco, raccontato ai bambini dopo 150 anni dall’unità d’Italia sia un appello di tolleranza, di unione e di comunione sincera.
I bambini che ‘vivranno’ questo progetto sono anche gli uomini di domani e rappresentano la nostra speranza per un futuro in cui il mondo intero sarà considerato la patria di tutti, senza distinzioni di religione, colore, cultura e classe.

Presi per mano dal giovane Giuseppe Verdi, entriamo in un luogo magico la cui frontiera, rappresentata dal golfo mistico, divide due popoli che si odiano. In questa atmosfera di antagonismo, due ragazzi che si amano, lottano per tendere un ponte che, volando sulle ali dell’amore, unisca i loro rispettivi fratelli.

Bambini e ragazzi, impersonando il popolo oppresso, vivono l’azione che si svolge tra palco e platea, fianco a fianco degli interpreti: dopo esser stati imprigionati, canteranno il Va, pensiero, grido di dolore di un intero popolo che aspira alla libertà. Le parole di questo canto di esuli —che ai tempi di Verdi furono proclama di indipendenza degli italiani oppressi dalla dominazione austro-ungarica—, sono anche parole che racchiudono la nostalgia degli emigrati nel ricordare la propria patria, lasciata per cercare altrove una vita migliore. Perciò nel finale dello spettacolo bambini, ragazzi e artisti, intonano l’inno Fratelli d’Italia, simbolo di fratellanza e di unità, nel senso più cosmopolita.

Silvia Collazuol


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